Basilica Sant'Ubaldo

Biografia

Le vicende biografiche di sant’Ubaldo ci sono note attraverso due tipi di fonti: da un lato abbiamo un nutrito gruppo di documenti d’archivio relativi all’attività di Ubaldo negli anni del suo vescovato; dall’altra, abbiamo due antiche biografie, scritte a pochissimi anni di distanza dalla sua morte, attribuite una a Giordano di Città di Castello, l’altra a Teobaldo, successore del santo sulla cattedra vescovile di Gubbio.

I documenti archivistici relativi ad Ubaldo sono in gran parte costituiti da atti, donazioni, contratti di vendita e di enfiteusi che vanno dal 1135 al 1160, anno della sua morte: ci trasmettono la figura di un vescovo impegnato "…nell’accrescimento patrimoniale e nella gestione dei beni ecclesiastici…": non a caso, gli anni in cui il Santo siede sulla cattedra episcopale sono quelli in cui la diocesi conosce uno dei suoi periodi di maggiore splendore, sia economico che spirituale; a fianco dell’attività volta ad ampliare i beni della chiesa, il vescovo affronta infatti anche una radicale riforma dei costumi religiosi del clero eugubino che, soprattutto all’interno della canonica della cattedrale, si trovavano in una situazione di grave decadimento.

Si è già detto come, per la comprensione e la conoscenza della vita di Ubaldo, siano fondamentali le due biografie sopra citate: la più antica è quella attribuita a Giordano, amico di Ubaldo e priore della canonica di Città di Castello, che la scrisse subito dopo la morte del Santo nel 1160; la seconda, poco più tarda, è quella redatta dal monaco avellanita Teobaldo, che prima di divenire vescovo di Gubbio alla sua morte, era stato al fianco di Ubaldo negli anni del suo ufficio pastorale. Sull’attendibilità delle due Vite pochi dubbi sussistono: in primis, esse sono state redatte subito dopo la morte del Santo, da due testimoni oculari della sua vita che dichiarano di scrivere ciò che “oculis nostris vidimus”; inoltre, è stato dimostrato come l’immagine del Santo che affiora dai documenti d’archivio, ben coincide con quella che, indipendentemente da questi, ci viene restituita dalle biografie. Benché le due Vite siano in un certo senso sinottiche, e perciò sovrapponibili sotto molti punti di vista – raccontano infatti all’incirca gli stessi episodi –, e nonostante Teobaldo utilizzi come fonte anche l’opera di Giordano, esse appaiono radicalmente diverse, in quanto diversi sono gli scopi per i quali i due autori scrivono: se Giordano intende mettere in evidenza ai tutti i fedeli l’esemplarità, sotto ogni profilo, della vita del Santo, l’opera di Teobaldo, indirizzata all’imperatore Federico Barbarossa, è caratterizzata da un più spiccato impegno ideologico, che parte dalla legittimazione del ruolo e dell’autorità di Ubaldo come vescovo, e prosegue con l’analisi approfondita dei suoi rapporti con il clero; è infatti Teobaldo che evidenzia come Ubaldo sia destinato a reggere in eterno la chiesa eugubina: "cathedra episcopalem regendam feliciter per saecula suscepit" ("prese felicemente a reggere la chiesa di Gubbio in eterno").

Basilica vetrate vita Sant'Ubaldo

Da tutto questo insieme di fonti, deduciamo che Ubaldo nacque a Gubbio attorno al 1085 da una famiglia di recente nobiltà, forse di origine tedesca: figlio unico, rimase presto orfano; fu pertanto lo zio paterno, anche lui di nome Ubaldo, a prendersi cura di lui. La sua istruzione avvenne, nei primi anni, tra Gubbio, presso la canonica di San Secondo, e Fano: solo successivamente passò alla canonica della cattedrale eugubina di San Mariano, chiamato dal vescovo di Gubbio San Giovanni da Lodi, monaco avellanita discepolo di San Pier Damiani. Divenuto priore della stessa canonica attorno al 1119, Ubaldo vi impose una nuova regola, importata dalla canonica di Santa Maria in Porto a Ravenna, detta perciò Regola Portuense. Nel 1129, alla morte del vescovo Stefano, si provvide ad eleggere un nuovo pastore per la chiesa eugubina: ma le difficoltà nel trovare un accordo sul nome del successore, causate da contrasti in seno al clero, furono di tale portata da richiedere allo stesso papa Onorio II una soluzione al problema; a tale scopo, Ubaldo, come priore di San Mariano, capeggiò una delegazione incaricata di porre la questione all’attenzione del sommo pontefice: fu così che Onorio II impose ad un riluttante Ubaldo di accettare il ruolo di vescovo. Salito sulla cattedra di Gubbio, il nuovo vescovo si impegnò, come sopra anticipato, nella riorganizzazione del patrimonio della chiesa, che negli anni del suo servizio episcopale crebbe in misura notevole a seguito dei numerosi lasciti e donazioni di cui la diocesi poté beneficiare; ma come ogni buon pastore, Ubaldo si preoccupò del benessere spirituale dei suoi concittadini; in questo senso, egli fu un infaticabile mediatore, e pacificatore delle violente lotte intestine che ai quei tempi, al principio della storia di Gubbio come libero comune, turbavano la città. Segno della mansuetudine di Ubaldo, e del suo spirito di pace, è l’episodio nel quale è offeso e gettato in una pozza di calce da un muratore, che però è subito perdonato: "fratelli e figli, non vendicate l’ingiuria, che è trascurabile, inesistente…poiché il Signore ha tollerato gli sputi…ma non si è vendicato di tutto questo…"; queste le parole del vescovo riportate dal biografo Giordano. Ma Ubaldo si pose anche come strenuo difensore della sua città dai pericoli in arrivo dall’esterno: nel 1151 un esercito formato da città nemiche di Gubbio, con a capo Perugia, minacciava l’invasione della città; svanita ogni trattativa pacifica per far rientrare la minaccia, fu grazie a Sant’Ubaldo, e alla tattica da lui incoraggiata, se la città riuscì ad allontanare i nemici dalle proprie mura. Ancora più celebre è l’episodio dell’incontro tra il vescovo e l’imperatore Federico Barbarossa: nel 1155, nel quadro della lotta tra Sacro Romano Impero e liberi comuni italiani, il Barbarossa è in Italia; dopo aver raso al suolo Spoleto, punta dritto su Gubbio con lo stesso obiettivo: in questa circostanza drammatica, è di nuovo a lui che gli eugubini si rivolgono, esortandolo ad intercedere presso l’imperatore. E così avvenne: i biografi raccontano della solennità con la quale Federico accolse Ubaldo, e dell’umiltà con la quale egli chiese al santo di impartirgli la benedizione. Sebbene non siano a noi noti i dettagli di questo incontro, sappiamo però che Ubaldo ottenne da Federico la salvezza di Gubbio, che sembrò conservare un posto speciale nel cuore dell’imperatore proprio grazie alla santità del suo vescovo, ampiamente riconosciuta dallo stesso Barbarossa: risale infatti al 1163, poco dopo la morte di Ubaldo, un importantissimo diploma da lui emanato per Gubbio, dove vengono accordati numerosi privilegi alla città, nonché un’ampia autonomia.

Gli ultimi anni di Ubaldo furono caratterizzati da una dolorosa e strana malattia, di cui però, come testimoniano i biografi, egli non fu mai udito a lamentarsi: dopo aver celebrato, quasi in fin di vita, la messa di Pasqua, dietro supplica dei suoi concittadini, Sant’Ubaldo morì all’alba del 16 maggio 1160; la Salma fu esposta in Cattedrale alla venerazione dei fedeli, che giunsero subito numerosi, non solo da Gubbio, ma anche dalle zone limitrofe. La folla accorsa era talmente numerosa che non fu possibile procedere alle esequie e alla sepoltura prima di quattro giorni: infine, il corpo di Ubaldo fu deposto in un arca marmorea sotto l’altare maggiore, accanto alle reliquie dei santi Mariano e Giacomo.

L’11 settembre del 1194 il corpo di Sant’Ubaldo fu traslato dalla Cattedrale di Gubbio, sede della sua originaria sepoltura, alla vetta del Monte Ingino, dove esisteva un’antica pieve dedicata a San Gervasio. Le vicende della traslazione sono avvolte nella leggenda: si narra che, vista l’esigenza di trasferire il corpo e l’indecisione sul nuovo luogo in cui collocare la salma, il vescovo eugubino Bentivoglio fece un sogno nel quale l’urna del Santo veniva posta su di un carro trainato da buoi (o giovenche?) indomiti; il luogo della nuova sepoltura sarebbe stato quello sul quale i buoi si sarebbero fermati; dato perciò seguito a quanto indicato nel sogno, i buoi si fermarono in cima all’Ingino. In realtà non è dato sapere se le cose si svolsero nel modo così raccontato dalla tradizione: si ignorano poi le ragioni che furono alla base di questa decisione; tra le tante possibilità, appare più verosimile l’esigenza, sentita dagli eugubini, di collocare la spoglia del loro amato e venerato patrono, tutt’oggi incorrotta dopo nove secoli,in un luogo più sicuro e più facilmente difendibile in caso di invasione dei nemici, per i quali il Corpo di Ubaldo costituiva un ambito bottino.

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